
Sono passati da 28 anni dall’ inizio dell’ epidemia. Nella piccola isola di Lindisfarne, in Scozia,vive una comunità di sopravvissuti, isolati dal continente dall’alta marea che copre la strada di comunicazione. Il giovane Spike (Alfie Williams) vive con il padre James (Aaron Taylor-Johnson) e la madre Isla (Jodie Comer). Quest’ ultima è gravemente malata, e ha spesso momenti di forte confusione mentale. James e Spike partono per una ricognizione sulla terraferma, in una specie di rito di iniziazione, cercando di evitare le insidie degli infetti, in cui soprattutto da temere sono gli Alpha, più intelligenti e più forti. Durante la notte avvistano un fuoco, probabilmente appartenente al misterioso dottor Kelson (Ralph Fiennes) e Spike crede che potrebbe essere la salvezza per la madre. Tornare dopo più di venti anni ad uno scenario post pandemico (amaramente ironico, nel frattempo c è stata realmente una pandemia) poteva essere rischioso. Già il secondo episodio della saga, non scritto o diretto da Danny Boyle e Alex Garland, pur con qualche bel momento aveva diversi problemini, non ultimo la ripetività della situazione. La stessa cosa che, parallelamente, ha stancato anche in The Walking Dead. Gli infetti sono pericolosi, ok, ma sono peggio gli umani. Qui si sale un gradino nella storia, e nella costruzione dei rapporti tra i protagonisti. Il legame padre figlio, apparentemente indissolubile, viene messo a dura prova da un episodio. Mentre quello materno, qui, è il vero protagonista della pellicola. Isla è fragile, instabile, ma ha pur sempre un forte istinto materno. Dal punto di vista della tensione, sono due ore intense e che ti tengono sempre sulle spine. La prima parte, con padre e figlio in esplorazione, è sostenuta da una musica incalzante ed inquietante, che ricorda la colonna sonora originale del primo film ma è ancora più aggressiva. Nella seconda parte, con la ricerca del Dr. Kelson, cambia registro toccando momenti più evocativi. Il personaggio di Fiennes, pur se in poco tempo sullo schermo, mette il sale sul vicenda: ambiguo, inquietante per il luogo dove vive e per cosa ha creato, sembra folle e lucido allo stesso tempo. È completamente neutro nelle relazioni, sia con gli umani che con gli infetti, quasi un essere divino che non giudica e continua nella sua opera di memento mori. È sicuramente il personaggio più interessante del film, che intriga e lascia spazio ad un approfondimento sulla sua vita nei 28 anni intercorsi dallo scoppio dell’ infezione, e il titolo del secondo capitolo di questa trilogia lo fa sperare. Boyle dirige la sceneggiatura benissimo, alternando riprese con mezzi diversi, da una telecamera fissa classica a riprese a mano, all’utilizzo di un drone per dare più respiro all’ ambiente e esplorare la vastità del territorio ormai abbandonato.


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