
Film distopico (ma non è detto, considerando la situazione che sembra profilarsi) di Alex Garland in cui gli Stati Uniti sono divisi da una nuova guerra civile, in più fazioni diverse, in cui seguiamo un gruppo di giornalisti alla ricerca dello scoop del secolo, un intervista al presidente prima della sua probabile destituzione. La pellicola si apre in media res, e non sappiamo (e non sapremo mai) i motivi di questa guerra interna. Si viene a conoscere solo che ci sono la fazione dei lealisti al presidente, parte della East coast e alcuni stati del centro, ad esclusione degli stati che si affacciano sul golfo del Messico alleati con la florida secessionista, contro le West Force cui partecipano due improbabili alleati, la progressista California e il Texas conservatore. Oltre a questi, la quarta fazione è la People’s Army del Nord ovest. Tutta l’ America del Nord è un campo di battaglia, e dove non si combatte vigono attentati, soprusi della polizia e sciacallaggio, oltre a pulizia etnica improvvisata. I giornalisti sono osteggiati dall’ esercito lealista, che si basa su bugie sul vero andamento della guerra. Lee Smith (una notevole Kirsten Dunst) è una della più importanti fotoreporter, che ha documentato negli anni gli orrori in varie parti del mondo. La sua fotocamera è il suo e il nostro occhio, e non risparmia nessun momento, neanche il più cruento. Assieme al collega Joel vuole partire per andare a scovare il presidente, e nel viaggio sarà accompagnata anche dall’ anziano Sammy, amico e rivale, e dalla giovane Jessie, aspirante fotoreporter con cui stringerà un legame sempre più forte. Per raggiungere Washington dovranno però fare più deviazioni, con tanti momenti pericolosi. Non ci sono sconti, bella pellicola. Non esistono divisioni nette tra buoni e cattivi, spesso non si sa neanche se chi spara è dalla stessa parte. Garland non prende posizioni, come non le prendono i giornalisti, loro documentano per fare si che gli altri, chi vede il loro lavoro, possa farsi una sua idea. E la pellicola segue la stessa filosofia. Non riesci a parteggiare per qualcuno, non è quello importante, è cosa succede in una situazione che può ripresentarsi da un momento all’altro, senza però nemmeno cadere nel retorico degli orrori della guerra. Perché in sostanza non dà un giudizio sulle azioni, il film resta sempre freddo nel suo incedere. Ma la potenza della struttura fa il suo lavoro, assieme alle immagini, curate e spesso crudeli, sia nelle morti ma anche nella desolazione di panorami urbani e extraurbani devastati dalle battaglie, che per certi versi ricordano film post-apocalittici come 28 Giorni Dopo, da lui stesso scritto e sceneggiato. Un altro plus è la colonna sonora, che mixa pezzi anni 70 meno conosciuti e elettronica più recente.


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